Caccia in Ampezzo

Caccia in Ampezzo

23 Giugno, 2018 Off Di Admin

LA CACCIA IN AMPEZZO-CENNI STORICI
a cura di Carlo Gandini 

La caccia nel Cadore e nell’Ampezzano è da sempre regolata da Leggi. Ne sia un esempio lo Statuto del Cadore, stilato in Pieve di Cadore nel 1235; le norme e le leggi dell’editto, stabilite da Biaquino da Camino, Signore del Cadore, alla presenza di dieci rappresentanti della Contea, nonché il notaio Azone e il regoliere Trivisio di Domenico Mauronto, rappresentanti della Centuria d’Ampezzo, stabiliva che: “sia proibito catturare rapaci, pena soldi 60 (art. 17); sia proibito catturare pernici, pena soldi 60 (Art. 20); sia proibito tendere reti agli sparvieri, pena soldi 20 (Art. 33); sia proibito ospitare cacciatori di frodo, soldi 20”.
Nel contempo lo stesso Conte poteva concedere permessi di caccia agli ungulati ad altri nobili. L’uccellagione rimaneva un diritto riservato esclusivamente al Conte.
Non vi è notizia certa se a quell’epoca gli abitanti della Contea Cadorina , per lo più contadini e boscaioli, potessero cacciare con l’autorizzazione del Conte .Il potere feudale, infatti, difficilmente concedeva privilegi ai sudditi. La cosa certa è che all’epoca in loco esistevano in abbondanza ungulati, ma anche altri animali ben più feroci, come orsi, lupi, linci.Successivamente, nel 1335, i “da Camino”, rimasti senza eredi diretti, dovettero cedere la Contea. Passando per diverse mani, nel 1347 la Contea ritornò di proprietà del suo antico e legittimo proprietario, il Patriarca di Aquileia Bertrando, che decise di non infeudarla più a nessuno. Nell’anno 1338, con la nuova stesura dello Statuto del Cadore ed approvata dal Patriarca stesso, venne proibita la caccia. La fine della dinastia dei “da Camino” provocò un lento disinteresse da parte dei nobili, che si erano sempre riservati il diritto di caccia. Si può ritenere, quindi, che gli abitanti di Ampezzo, così come erano proprietari assoluti dei boschi, divennero pure proprietari degli animali selvatici stanziali. Non ci sono, tuttavia, documenti certi che lo confermino. Quello che si può arguire è che gli abitanti di Ampezzo, anche per arricchire di sostanze proteiche la loro magra tavola, approfittassero in qualche occasione per prelevare caprioli, cervi o camosci. E’ certo che queste possibilità si accrebbero successivamente con l’uso delle armi da fuoco.
Per fare un esempio circa l’uso che gli indigeni fecero circa la caccia, riportiamo alcune notizie:
Nel 1420 il Cadore passò sotto la giurisdizione politica della Repubblica di Venezia. Nel 1435 vi è notizia che un certo Zuliano vendette al Capitano del Cadore n. 25 pelli di camoscio al prezzo di 22 soldi l’una. Se si calcola che una giornata di lavoro valeva dodici soldi, una pelle di camoscio ne valeva quasi il doppio. Non vi è conoscenza di quanto tempo occorse per abbattere 25 camosci, né se per farlo si usarono armi da fuoco, ma, visti i tempi, certamente ne valse la pena.
In quel periodo le armi costavano molto. Nel 1471, ad esempio, una balestra costava circa 4 lire e 10 soldi, e di contro una giornata di lavoro valeva 14 soldi. Quindi la balestra valeva ben sette giornate ed oltre di lavoro!
L’avvento delle armi da fuoco, da un lato facilitava il modo di cacciare, ma dall’altro comportava costi elevatissimi; basti pensare al costo dei fucili, della polvere da sparo, al piombo. In quel periodo, la gente più povera, per continuare a vivere si arrangiava a cacciare con “l’archibuso” oppure a “metter lacci”; così dichiarò un testimone ad un processo dell’epoca, nel quale gli venne chiesta la sua Professione.
Il passaggio di Ampezzo dalla Repubblica di Venezia agli Asburgo nel 1511, non portò alcuna variazione alle Leggi e Regolamenti. Infatti, Massimiliano I riconobbe agli Ampezzani tutti i diritti, gli statuti, ed  i privilegi fino ad allora goduti sotto il Patriarcato e la Repubblica di Venezia.
Bisogna considerare una cosa: la fonte di economia principale in Ampezzo, per quel periodo, era la pastorizia, e di riflesso la cura e manutenzione dell’ambiente agricolo. A questo proposito bisogna rilevare che i boschi, oltre ad avere la fauna composta da ungulati (cervi, caprioli e camosci), avevano anche un discreto numero di grossi predatori (orsi, lupi e linci). A causa della progressiva antropizzazione e sfruttamento dei luoghi da parte dell’uomo, i predatori divennero un problema “sociale”, in quanto causavano seri danni alle greggi ed alle mandrie al pascolo, nonché agli animali domestici da cortile.
L’assalire ed uccidere gli animali pascolanti su “ra monte” ad opera degli orsi e dei lupi diventò un problema che assillava ogni “Marigo” dell’epoca. Il Comune si vide quindi costretto ad organizzare di volta in volta gruppi di Cacciatori, nel tentativo di eliminare questi animali pericolosi. In questo  caso non  si trattava, naturalmente, di caccia vera e propria, bensì del secolare tentativo dell’uomo di difendere i propri beni.
Per quanto riguarda la Caccia fine a se stessa, le prede più ricercate dai cacciatori rimanevano sempre quelle che permettevano di integrare lo stentato equilibrio alimentare dei Montanari, ovvero i grandi ungulati. L’attività della Caccia aveva però come stimolo anche la ricerca dell’avventura cioè mettere alla prova l’intuito e l’intelligenza; una sorta di “passione sportiva”.
In pratica, nei secoli XVII, XVIII e XIX la caccia agli animali feroci venne favorita e premiata dal Comune e dalle Regole.

I REGOLAMENTI DELLA CACCIA IN AMPEZZO
La caccia agli ungulati, fu regolamentata dal Comune dal 1815. In sostanza chiunque poteva andare a Caccia, ma solo dopo aver pagato una tassa annuale. L’incarico della sorveglianza venne affidato ai Guardiaboschi. Inoltre con i fucili ad avancarica dal tiro lungo ed assai impreciso, i cacciatori dovevano salire molto in alto arrampicandosi su pareti, rocce, cenge, ghiaioni; questo per avvicinarsi il più possibile alle prede. Più il tiro era corto e più facile sarebbe stato fare centro. Non dimentichiamo che un tiro ottimale con quelle armi non superava la distanza di cento metri.Pietro Alverà, Storico d’Ampezzo, nella sua “Cronaca” narra:
“Al principio del secolo XIX Andrea Dimai di Chiave uccise in Ampezzo l’ultimo cervo, nel 1831 Pietro Alverà Dipol ed Andrea Ghedina di Giustina uccisero nella magione delle pecore in Valbona l’ultimo Orso, e nel 1845 Giuseppe Zardini del Fauro aspettando davanti alla sua fucina la volpe ferì gravemente l’ultimo lupo; di mattino poi lo seguì e trovandolo sulla strada lo ammazzò con un palo. Tali selvatici non sono in Ampezzo da secoli, però di quando in quando si smarrisce anche quivi un qualche pajo di tali animali ed allora passa più tempo finchè vengono snidati ed uccisi”.
Diversa e più triste fu la fine per gli stambecchi. Si racconta che le Dolomiti o “Alpi Venete”, come erano chiamate fino al 1800, fossero popolate da numerosi branchi di stambecchi. Furono sterminati per ordine del Principe Vescovo di Bressanone (Epicopus Brixiensis et Princeps). Questi, non riuscendo a vincere una “diabolica” superstizione di cui erano contagiati i suoi fedeli, i quali portavano, come magico amuleto, l’osso a forma di croce che lo stambecco presenta nel cuore, nei primi anni del 1600 risolse la questione eliminando la… causa. Fece sterminare gli stambecchi esistenti nel suo vescovado.
Stessa sorte toccò al resto del Tirolo, dove le corna tritate erano una panacea contro molte malattie. Convinto ed entusiasta fautore di questi rimedi era l’Arcivescovo di Salisburgo Guidobald von Thun, il quale, influenzato dal suo medico, obbligava i suoi sudditi a consegnare tutte le corna di stambecco di cui entravano in possesso. In Tirolo si scatenò una fanatica ricerca e distruzione di branche interi. Le autorità, cercando di porre freno al massacro, regolamentarono la caccia e istituirono un corpo di guardie. Fu tutto inutile, allettati dai forti guadagni ottenibili con il commercio delle corna, i bracconieri assalivano e uccidevano anche le guardie. Per evitare la guerra civile e porre freno alla superstizione, alimentata dal suo predecessore, il nuovo Principe Vescovo di Salisburgo decretò, e fece eseguire, lo sterminio di tutti gli stambecchi sui monti del Tirolo.

LA RISERVA PRIVATA
Con l’avvento del turismo estivo alcuni turisti fecero richiesta al Comune di Cortina per prendere in affitto ad uso caccia la Zona Nord. Il primo a richiederla ed ad ottenerla nel 1873 per n. 88 annuali, fu il Conte Melchiorri, Presidente del Tribunale di Bolzano, che la tenne sino al 1893. Dal 1893 al 1898 1’ebbe il barone Sommaruga di Vienna per fl. 100, il quale, per inciso, reintrodusse le marmotte nella Conca d’Ampezzo. Dal 1898 al 1908 1’affitto della riserva venne concesso alle Ladys Emily Horward-Bury e Anna Pordes Potts che si fecero costruire una villa di caccia sul colle presso il bivio della strada per ra Stùa, chiamata villa S. Hubertus, nonché una capanna da caccia in località Lagusciei.
Poi venne la Grande Guerra che sconvolse con forza crudele tutto l’ambiente della zona Nord d’Ampezzo, il più ricco di fauna di tutto il Comune. A fine conflitto un susseguente censimento della fauna dette i risultati riportati in tabella, che dimostrano, purtroppo, la quasi scomparsa della fauna locale rispetto al periodo anteguerra.
Nel 1920 il Comune di Cortina decise quindi di affidare la gestione del territorio faunistico alla locale neo costituita Società Cacciatori di Cortina, composta di pochi ma decisi appassionati che si adoperarono negli anni successivi a ricostituirne il patrimonio. Furono organizzate diverse immissioni di nuovi capi fatti venire da altre zone delle Alpi, sia per quanto riguarda i camosci, che per i caprioli. Furono fatti anche dei tentativi di immettere il muflone, ma senza successo. Tutto questo nei primi anni Venti e quasi alla fine del decennio, seguendo una oculata politica di chiusura e di rinunce. Un censimento del 1928 dava dei discreti risultati, ma ben lungi dalla situazione precedente alla guerra. A questo punto la Società, con molta prudenza, apri la caccia secondo il consueto calendario venatorio, non tralasciando di verificare continuamente lo stato ed il numero dei selvatici e continuando, di quando in quando, ad immettere altri capi. Negli anni 1955/60 ricomparve il cervo, e nel 1965 venne reintrodotto nella zona del Sorapis lo stambecco che, spontaneamente, negli anni successivi si spostò verso la Croda Rossa d’Ampezzo. Alla fine del XX secolo è stato avvistato l’orso e forse anche la lince.