Non è tutto da buttare
1 Settembre, 2025(testo e fotografie di Marco Perini ed Erik Zandomenego, in collaborazione con la Riserva Alpina di Caccia di Cortina D’Ampezzo.
Articolo tratto da Caccia Magazine n.1-2025) Scarica l’articolo in pdf
Il foraggiamento invernale degli ungulati alpini e l’esperienza della Riserva Alpina di Caccia di Cortina d’Ampezzo. Pro e contro di una pratica che affonda le sue radici nel tempo
Il foraggiamento invernale degli ungulati alpini è pratica che trova radici profonde nel tempo, soprattutto nelle regioni dalla tradizione venatoria mitteleuropea dove, anche solo pochi decenni fa, era considerata una condizione essenziale della gestione degli ungulati nelle zone alpine. Le popolazioni di selvatici, fortemente impoverite dal punto di vista numerico nel periodo post-bellico, in queste zone dalla radicata tradizione venatoria furono oggetto di una oculata gestione faunistica che, tra le molte cose, comprendeva anche l’attività, a quel tempo considerata preziosa, del foraggiamento invernale. I soci cacciatori delle riserve alpine e i guardiacaccia, profondamente convinti del principio etico-venatorio di stampo austroungarico Keine Heger – Keine Jager, si prendevano cura dei selvatici durante tutto il periodo dell’anno e una buona parte dell’impegno era volto proprio al foraggiamento degli stessi durante i mesi invernali e al mantenimento delle saline nel periodo primaverile.
La riserva di caccia di Cortina, con la sua storia centenaria, può certamente annoverarsi tra uno di quei sodalizi venatori in cui questa pratica vanta un’antica tradizione. All’interno dei quartieri di svernamento dei selvatici e principalmente, quindi, nei versanti maggiormente assolati o in alcune zone di fondo valle, cacciatori e guardiacaccia, scegliendo con attenzione i luoghi più appartati, costruirono negli anni una fitta rete di mangiatoie. Queste venivano realizzate in legno naturale e la loro struttura prevedeva essenzialmente una zona coperta di ricovero per fieno e mangime, e una greppia accessibile per il fieno. Prima le mangiatoie erano di dimensioni contenute, pensate per il solo capriolo, mentre successivamente, con l’arrivo del cervo, furono ampliate, dedicando comunque una parte al piccolo cervide, protetta da traversine poste a circa venti centimetri una dall’altra, che ne permettevano l’ingresso a fieno e mangime limitandolo, invece, al cervo. I punti di foraggiamento, solitamente, venivano attivati durante il periodo tardo autunnale, poco prima della nuova neve, approvvigionandole con fieno e mangime in maniera dapprima graduale, per abituare i selvatici della zona alla loro presenza e al nuovo apporto calorico, per poi raggiungere il momento di massimo utilizzo nella parte terminale dell’inverno e all’inizio della primavera di montagna, che spesso presentava ancora forte innevamento e una capacità trofica naturale ancora molto ridotta. La scelta del fieno veniva fatta dai vecchi guardiacaccia e non era casuale: per il capriolo, viste le sue caratteristiche di brucatore selettivo, era raccolto dal secondo taglio, più morbido e nutriente rispetto a quello di primo taglio, che spesso presentava un contenuto più duro e fibroso, causato dal rigore delle primavere di montagna e che veniva perlopiù dedicato al cervo, il selvatico meno delicato tra i due e quello con maggiori caratteristiche di pascolatore.
Il mangime, invece, era il più naturale possibile: venivano scelte mescole di granaglie quali avena, orzo, crusca ed erba medica liofilizzata. Solitamente all’interno delle mangiatoie, ma non solo, trovavano spazio anche le saline, realizzate da blocchi di salgemma naturale, posti su apposite scatole di legno, che avevano la funzione di aiutare la lubrificazione e la pulizia delle pareti intestinali degli ungulati durante un periodo, quello invernale, dalla dieta fortemente secca e fibrosa. Le saline, oltre che all’interno delle mangiatoie, erano sparse nei luoghi più reconditi delle riserve di montagna. Cacciatori e guardiacaccia iniziavano già dai mesi di marzo e aprile a ripararle dai danni causati dall’inverno e ad approvvigionarle di sale. In seguito, di pari passo con la scomparsa del manto nevoso, con gli zaini carichi dei pesanti blocchi di salgemma salivano sempre più in alto, fino ai pascoli dei camosci, a ridosso delle cime. Le radici nodose di vecchi cirmoli, veri custodi dei nostri amati monti pallidi, venivano spesso utilizzate per incastrare i blocchi di sale, i cui preziosi minerali impregnavano il legno e la roccia sottostante, e venivano avidamente cercati dai selvatici.
Tra bene e male
Nella storia recente, la riserva di caccia di Cortina ha provveduto a una mappatura completa di tutte le mangiatoie e delle saline presenti all’interno del proprio territorio e ne ha affidato la gestione, la manutenzione e l’approvvigionamento a gruppi di cacciatori che, nella loro preziosa attività di gestione ambientale, svolta durante il corso di tutto l’anno, se ne occupano in prima persona mantenendole attive e monitorate. Questa pratica gestionale, tuttavia, è stata oggetto di forte critica da buona parte della dottrina in tema di gestione faunistica. Nell’ultimo decennio titolati esperti hanno sostenuto la non utilità o addirittura la dannosità del foraggiamento invernale degli ungulati selvatici. Le principali ragioni a sostegno di tale pensiero si basano soprattutto sul concetto di artificialità del foraggiamento e della sua capacità di alterare gli equilibri e la selezione naturale della popolazione di selvatici durante l’inverno, oltre al fatto di modificare il delicato equilibrio dell’organismo dei selvatici, autonomamente in grado di ridurre il proprio fabbisogno energetico durante i mesi invernali, rendendoli così in qualche modo dipendenti dall’attività artificiale e umana. Inoltre, i detrattori di tale pratica gestionale sostengono che le mangiatoie comportino alte concentrazioni di selvatici, già debilitati dai rigori invernali, in zone ristrette, con l’aumento del rischio di contagio da malattie endemiche (come per esempio la rogna sarcoptica nei camosci).
Sicuramente quanto sostenuto dagli esperti trova dei fondamenti importanti di ragione, anche se non vanno dimenticati i luoghi e i contesti naturali e sociali in cui vivono alcune popolazioni di ungulati oggi, soprattutto nelle zone con climi difficili e caratterizzate da forte innevamento. Se un tempo, infatti, il foraggiamento trovava la sua ragione d’essere nel cercare di riequilibrare e di fare aumentare le densità di popolazione di ungulati destabilizzate e ridotte a causa della fame del dopoguerra, oggi la situazione si potrebbe dire per certi versi rovesciata. Questo porterebbe, quindi, per molti versi a dare ragione ai detrattori del foraggiamento ma, a ben vedere, deve essere valutato anche il cambio del contesto sociale che ha interessato la montagna negli ultimi anni: la presenza sempre maggiore di persone nei boschi d’inverno, anche al di fuori dei sentieri tracciati e delle piste da sci, un traffico stradale fortemente aumentato e, più in generale, un disturbo antropico di gran lunga superiore rispetto al passato.
Tutti questi ultimi fattori, infatti, costringono spesso gli ungulati a fughe improvvise, spostamenti continui che, in zone caratterizzate dalla presenza di forte innevamento, comportano spreco di preziose energie che spesso possano risultare fatali durante i lunghi inverni montani. In quest’ottica, punti di foraggiamenti dislocati con cura e attenzione in luoghi poco frequentati dai turisti e lontani da strade e centri abitati potrebbero contribuire a evitare o a ridurre questa tipologia di stress “sociale” con cui anche i nostri amati selvatici sono costretti a convivere, oltre a intervenire in aiuto degli stessi in caso di innevamento importante, prolungato o tardivo. A ciò va aggiunta anche l’utilità di un maggiore monitoraggio delle popolazioni di ungulati grazie all’utilizzo delle foto trappole poste in prossimità delle mangiatoie, una maggiore precisione nella valutazione delle consistenze reali e dello stato generale di salute delle stesse.
Guardando l’Austria
Portiamo, da ultimo, come esempio quanto ancora oggi accade in alcuni Land o riserve di caccia private austriache, dove dall’inizio dell’inverno i cervi vengono condotti in veri e propri recinti (Gatter), in cui rimangono fino a primavera. Questa pratica, che noi consideriamo estrema e poco naturale, viene utilizzata per limitare al massimo i danni alle colture forestali che, nell’economia rurale di quei luoghi, rivestono un’importanza di carattere fondamentale tale da giustificare una misura così rigida. Tutto questo per dire che, pur comprendendo il valore di una gestione faunistica il più possibile naturale e scientifica, che per la sua stessa essenza contrasta quindi con l’artificialità della pratica del foraggiamento, non possiamo dimenticare di valutare attentamente i singoli contesti in cui ci troviamo a operare.
Al giorno d’oggi, infatti, non si può pensare di non tenere conto della diversa socialità di un mondo che cambia, della minor preparazione naturalistica dei fruitori del bosco, di una maggiore concentrazione antropica sul territorio durante gli inverni di montagna e delle esigenze sacrosante del compartoagricolo e forestale. In quest’ottica, pertanto, riteniamo che la pratica del foraggiamento invernale, all’interno di comprensori montani caratterizzati da forte innevamento, climi rigidi e magari presenze turistiche invernali elevate, non sia da relegare nel dimenticatoio delle consuetudini di un tempo andato, ma che sia uno strumento da tenere comunque in considerazione ed eventualmente da applicare o meno in base al singolo contesto territoriale specifico in cui ci si trova a gestire le diverse popolazioni di ungulati selvatici.
Va, infine, aggiunto che la presenza di un’adeguata rete di punti di foraggiamento artificiali, all’interno di territori montani dai contesti climatici ostili, può venire in soccorso qualora si presentino situazioni particolari, dovute al parziale mutamento del clima vissuto negli ultimi anni e tali da generare fenomeni violenti e improvvisi, caratterizzati da forte e permanente innevamento tardivo, alluvioni o altri eventi di simile portata.
Serve buon senso
Come accennato, tuttavia, quello del foraggiamento è un tema caldo anche dal lato giurisprudenziale. Su questo punto si riporta la sintesi di una recente sentenza del tribunale amministrativo della Provincia autonoma di Trento, chiamato a pronunciarsi in merito alla legittimità della pratica del foraggiamento in relazione alla presenza dell’orso bruno, in seguito a un ricorso proposto da una nota associazione animalista (Trga Trento 1° luglio 2024, n. 99 – Farina, pres.): «Un divieto di foraggiamento è previsto solamente per i cinghiali dall’articolo 7, comma 2, della legge 28 dicembre 2015, n° 228, che lo consente esclusivamente per finalità di controllo della specie. A titolo esemplificativo la Provincia autonoma di Trento ricorda che l’attività di foraggiamento è prevista anche in altri territori. Ad esempio in Abruzzo la misura A5, a pagina 342 del Piano faunistico-venatorio regionale, la ammette “durante i mesi invernali in cui il clima rigido e la naturale scarsità di alimenti può seriamente compromettere la sopravvivenza delle popolazioni di selvatici”, e nella Provincia autonoma di Bolzano tale attività è prevista in favore del capriolo e, a determinate condizioni, anche per il cervo, in base al decreto del presidente della Giunta provinciale di Bolzano n° 29 del 31 luglio 2000. Nello stesso senso il Piano faunistico-venatorio della Provincia autonoma di Trento approvato con deliberazione della Giunta provinciale 30 dicembre 2010 n° 3104, da ultimo prorogato con deliberazione 21 dicembre 2023 n° 2351, disciplina il foraggiamento degli animali selvatici alla sezione 6.1.2.2, alle pagine 105 e seguenti (…) Dopo aver analizzato in senso dialettico, contrapponendo vantaggi e svantaggi di questa pratica, il Piano faunistico giunge alla conclusione dell’opportunità di una valutazione da compiere caso per caso (…) Infatti viene affermato che “considerando tutte le motivazioni a sfavore del foraggiamento e le possibili ricadute positive, rimane la consapevolezza che le decisioni prese per un’area (o una popolazione) possono non essere le migliori in un’altra zona (o per un’altra specie). Quindi anche il foraggiamento può essere considerato come una pratica (sconsigliata ma) accettabile per alcune aree e inaccettabile per altre (…) Il foraggiamento rimane possibile in tutte le altre zone del territorio provinciale aperte all’attività venatoria salvo negli ambiti (distretti faunistici) ove per le caratteristiche climatiche, orografiche e ambientali, tale pratica non trova giustificazione (…) I siti di foraggiamento previsti dai progetti dovranno essere scelti all’interno dei quartieri di svernamento, ai margini delle radure e al di fuori delle zone a vegetazione fitta (…) il foraggiamento ai cervidi deve iniziare in tardo autunno ma non prima della fine del periodo di attività venatoria dedicato a tali specie. In tal senso deve essere assolutamente chiara la differenza tra foraggiamento e adescamento inteso come tentativo di attirare gli animali in zone o posizioni idonee allo sparo (…) Il foraggiamento deve essere sospeso gradualmente alla fine dell’inverno ovvero alla fine della permanenza del manto nevoso a terra».
Sembra infatti molto chiaro il principio di buon senso, oltre che di legge, espresso dal Tar di Trento che, all’interno di una più specifica valutazione sulla problematicità del foraggiamento in relazione alla presenza dell’orso bruno, non si limita a una valutazione generica della problematica ma, anzi, entra nello specifico, sancendo, a modo di vedere di chi scrive, un principio che molto spesso le direttive e le legislazioni nazionali faticano a prevedere. La gestione faunistica di una determinata popolazione di selvatici è e rimane una pratica strettamente correlata alla tipologia di specie gestita e al territorio su cui tale popolazione insiste e, di conseguenza, gli operatori del settore devono costantemente adattare il proprio approccio alle singole esigenze specifiche del comprensorio in cui si opera, oltre che dei selvatici oggetto di gestione. Pratiche, come appunto quella del foraggiamento invernale, che in alcuni contesti territoriali possono considerarsi inutili o addirittura dannose possono in alcuni casi contribuire positivamente alla conservazione e alla migliore gestione della specie, in ambienti dalle caratteristiche ambientali e climatiche tipiche, che ne richiedono e ne giustificano da un punto di vista etico e scientifico l’applicazione.
Esempi in casa
A ulteriore chiosa di quanto detto, si riporta, come esempio, quanto accaduto durante il corso degli inverni del 2008 e del 2013 che nel territorio ampezzano sono stati caratterizzati da un innevamento eccezionale e dal permanere del manto nevoso sino a primavera inoltrata. Gli stenti per la mancanza di cibo e la neve alta hanno portato i selvatici ad avvicinarsi alle case e ai centri abitati, dando origine a una serie di fenomeni di foraggiamento fai da te di cervi e caprioli da parte di molti cittadini che, pur spinti da buone intenzioni, hanno pensato di dare da mangiare in maniera autonoma agli animali in evidente difficoltà. Queste, purtroppo, sono pratiche che devono essere evitate, sia per fare in modo che non vi sia una sorta di perdita di selvaticità da parte degli ungulati che diventano in questo modo abituali frequentatori di piazzali, bidoni della spazzatura e altro, sia perché la maggior parte delle volte il cibo fornito non è adatto e calibrato al reale fabbisogno dei selvatici. In questo senso, e proprio in situazioni come queste, una rete adeguata di mangiatoie gestite in maniera professionale possono ridurre il verificarsi di tali fenomeni e dei relativi effetti dannosi da essi causati.


